L’importanza della meta

IL VIAGGIO DELLE ESPERIENZE,

E DELLA COMPRENSIONE

 

Ho deciso di scrivere questo articolo per condividere con voi il mio pensiero in merito ai tanti luoghi comuni nei quali mi è capitato di imbattermi nel corso degli anni.
Primo fra tutti l’ormai trito e ritrito “l’importante non è la meta, ma il viaggio”.

Sono convinto che, anche quando si parla di viaggio e di esperienze fuori dall’ordinario, la moda giochi un fattore fondamentale. E che ci siano concetti che è doveroso sostenere, per non essere considerati diversi, o meno, rispetto agli altri viaggiatori.
Ripetere quanto sostenuto da qualcun altro, o qualcosa che ha assunto il carattere di verità inoppugnabile, però, è una pessima abitudine: potrebbe rappresentare il fatto che non si è in grado di pensare con la propria testa, e che per questo motivo sia più facile e sicuro affidarsi a concetti universalmente condivisi e ritenuti sempre di grande effetto. Un po’ come quando, alle reginette di bellezza, viene chiesto quale sia, per loro, la cosa più importante, e queste rispondono “la pace nel mondo”. Non è una risposta sbagliata, anzi, ma probabilmente, a conti fatti, non hanno idea di cosa significhi realmente la parola Pace.

 

 

L’errore compiuto dai viaggiatori, spesso, è analogo: per questo sono convinto che ripetere un concetto senza davvero comprenderlo, in realtà, non faccia che snaturarlo, rendendolo vuoto e insignificante, e persino impedendo a chi ascolta di comprendere realmente come stanno le cose.
Perché poi, nella vita, i fatti contano più delle parole, e spesso sono proprio quelle stesse persone a viaggiare in un modo che cozza totalmente con quanto sostenuto fino a poco prima.

 

“Molti viaggiano e professano umanita’, accoglienza… Dimenticandosene appena dopo l’uscio di casa, o limitandosi ad applicare questo credo entro i confini della propria terra e dei propri affetti.
Che senso ha avuto viaggiare, allora?”

Sono le persone che viaggiano con i paraocchi, senza guardare nulla perché, improvvisamente, in realtà, l’unica cosa importante è arrivare. È farsi la foto con il mappamondo, è attaccare il proprio adesivo per lasciare un segnale del proprio passaggio, è collezionare l’ennesimo posto turistico visitato, è attraversare 5 stati in 24 ore.

Libri di questo tipo non mancano mai: sono libercoli in cui il viaggiatore narra – con lo spirito del moderno pioniere – la sua incredibile avventura di un mese attraverso mezzo mondo con titoli altisonanti o acchiappainteresse.
In cui è evidente, però, che a fare da richiamo è proprio questo: la meta distante raggiunta in poco tempo (ad esempio “Da Milano a Pechino in moto, 23.000km attraverso l’Asia”).

 

CHE COS’È LA META?

Per me la meta è la scintilla creata da un libro, da un’immagine, dal racconto di una persona, che innesca in me la voglia di partire. La meta è, per me, ciò che mi muove verso la partenza, il primo grande passo, ma la sua funzione si esaurisce il primo giorno di viaggio. Dopo devono subentrare altri e più complessi stimoli.

 

LA META A LIVELLO PSICOLOGICO

A livello psicologico avere un meta aiuta a rimanere focalizzati e a gestire meglio le diverse problematiche che potrebbero insorgere durante la preparazione del viaggio. Va tenuto presente che, però, avere un obiettivo preciso può sì aiutarci, ma finisce anche, inevitabilmente, per influenzarci.
È stato provato che un attaccamento ossessivo a un meta o a un obbiettivo non fa che aumentare la pressione sociale, la paura di fallire, impedendoci di vedere le cose con chiarezza.
È l’ego che si sta facendo strada dentro di noi, mentre l’idea della meta ci distrae da quello che abbiamo intorno.

 

“È un errore pensare che la felicità sia la meta“

Il nostro cervello, inoltre, non è programmato per far sì che un obbiettivo ci soddisfi a lungo: questo meccanismo deriva dal nostro istinto primordiale e trasforma il nostro scopo in felicità solo per brevi istanti. E, detto sinceramente, questo meccanismo non è poi così male, poiché sono fermamente convinto che non sia l’obiettivo a renderci felici, ma il percorso per raggiungerlo. Scalare il monte Everest è sicuramente più soddisfacente che starsene seduti in cima alla vetta… e quindi, di fatto, la felicità è un percorso piuttosto che il raggiungimento di un obbiettivo. Ed è qui che la nostra società sbaglia, ed è responsabile della continua confusione tra felicità e piacere.

 

 

PERCHÈ È DIVENTATA DANNOSA?

La meta crea in noi un senso di ossessione, di eccessivo attaccamento a qualcosa che è ancora lontano. Mentre siamo ciechi nei confronti di quello che ci circonda, viviamo nutrendo aspettative troppo alte, dimenticando di vivere il presente – almeno parzialmente – e perdendo occasioni e momenti di vita vera.

La meta ha progressivamente rovinato i viaggi perché non ha fatto che incasellarli e definirli, come se si trattasse di esperienze standard. E noi con loro: ci ha definito persone che sono state a Capo Nord o persone che non ci sono state. Ignorando totalmente le differenze culturali, sociali ed esperienziali di ognuno nell’arrivare in una data meta. Riducendo tutto a un adesivo sulla moto, a una foto da usare come profilo personale sui social.

La pressione sociale ci spinge sempre di più a voler mitizzare luoghi come Capo Nord, solo perché si pensa che raggiungerli sia qualcosa di difficile, qualcosa riservato a pochi. Ed è una grande delusione quando si scopre che circa una settantina di moto viaggiatori italiani raggiungono, ogni anno, il famoso mappamondo.
Lo stesso vale per il giro del mondo: il primo in moto è stato fatto nel 1912, e il numero sale fino a 70 giri del mondo prima del noto viaggio di Ted Simon avvenuto nel 1971, quindi tanto vale mettersi in testa che non esistono più i pionieri e gli avventurieri d’antan. Che tutto è già stato visto, fotografato, scoperto.

 

 

QUAL È IL VERO OBBIETTIVO DEL VIAGGIO

Ho molto a cuore la frase di Wilhelm von Humboldt che dice “vivere è un distillazione dell’esperienza il più ampia possibile in saggezza. Esiste soltanto una vetta da raggiungere nella vita: aver misurato con la sensibilità ogni cosa umana”. Perché mi ci ritrovo e credo che non sia mai stata detta una così grande verità sulla vita. Una verità non così lontana dalla nostra sensibilità, visto che se andiamo ad analizzare storie come il Mago di Oz o Huckleberry Finn, ci rendiamo conto che i loro protagonisti intraprendono un viaggio per raggiungere una meta, ma le sfide e le occasioni incontrate lungo il cammino mutano il loro punto di vista sul mondo. Alla fine della storia, e del viaggio, sono entrati in contatto con il loro sé più profondo. L’obbiettivo del viaggio, per me, è proprio in quel processo.

 

“Puoi cambiare il tuo taglio di capelli, puoi cambiare i tuoi vestiti, il tuo partner, puoi cambiare la tua residenza ma se non cambi il tuo atteggiamento, il filtro con cui guardi il mondo, non cambierà mai nulla. “

Ognuno di noi dovrebbe interrogarsi, e capire prima di tutto cosa vuole che il viaggio significhi o rappresenti. Una volta messo a fuoco questo punto la cosa migliore è abbandonare le strade battute, farsi guidare dalla corrente e quando si presentano delle occasione chiedersi “perché no?”.
È così che nascono le esperienze nuove, e la vera avventura. Come dormire nella rimessa della barche di un norvegese, farsi offrire un’uscita in rafting da dei polacchi, bere un caffè con un anziana signora sulle montagne bosniache, dormire in un monastero, ecc…
Una volta trovato il coraggio di lasciarsi alle spalle le pressioni sociali, e le classificazioni, il viaggio non può che riservare sorprese straordinarie.

 

 

VIAGGIARE È DIFFICILE

Viaggiare è una cosa estremamente difficile, che richiede uno sforzo costante, e come ogni cosa che valga nella vita bisogna essere consapevoli che questa richiederà impegno. Bisogna ricordarsi, soprattutto, che non è possibile vivere un’esperienza senza la necessaria sensibilità, e non si può sviluppare questa sensibilità se non ci si sottopone a una lunga serie di esperienze.
Tenendo presente che l’essere umano non nasce con una coscienza già sviluppata, ed è suo personalissimo compito svilupparla.

Voglio farvi un esempio; per poter gustare il sapore di un buon vino bisogna educare il nostro palato, bevendo e sperimentando, conoscendo e imparando. Una teoria applicabile a tutto, dal viaggio ai rapporti umani: solo plasmando la nostra sensibilità attraverso l’esperienza potremo trarre il meglio da ciò che incontriamo lungo il percorso.

Essere viaggiatore significa continuare a voler vivere esperienze nuove, conoscere persone nuove, abbattere i propri muri… in poche parole, crescere.
Un processo alla portata di tutti, ma che può iniziare solo nel momento in cui andiamo oltre le solite domande (quanti chilometri, quanti stati, ecc…). Perché si possono compiere viaggi straordinari, in grado di mutare profondamente la nostra anima, rimanendo a pochi chilometri da casa e in tempi relativamente brevi. Così come si può viaggiare, e cambiare radicalmente la propria mentalità, anche solo ascoltando le storie di viaggio degli altri.

 

CONCLUSIONI

Sono consapevole che le critiche non mancheranno, ma per me la sincerità è la cosa più importante e voglio sentirmi libero di esprimere il mio punto di vista. Sono stanco di ascoltare piccoli e grandi viaggiatori vantarsi delle straordinarie mete raggiunte, quando in realtà hanno compiuto meri spostamenti geografici, e non culturali o intellettuali. Credo sia tempo di tornare a viaggiare per scoprire prima noi stessi, e poi il mondo. Senza punto di arrivo, per lasciare spazio alla vita di travolgerci con le sue occasioni, e i suoi grandi cambiamenti.

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One comment to L’importanza della meta

  • Lorenzo Franchini  says:

    Alessandro, mai come quest’anno – quest’estate che avvia a concludersi in particolare – trovo condivisibili le tue osservazioni. Vien da pensare che oggi non si possa partire senza avere un ufficio stampa che lanci sui media disponibili “l’impresa” ancor prima che venga realizzata. Tutto questo credo non faccia altro che trasmettere al “povero” viaggiatore un’ansia da prestazione che gli impone ritmi forsennati per rispettare tabelle di viaggio improbabili, sacrificando indispensabili momenti di riposo alla realizzazione di scritti, video e foto da dare in pasto ai social. Non sempre la condivisone in tempo reale è un plus, sicuramente non lo è quando si parla di Viaggio (la maiuscola non l’ho messa a caso).

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